26 de setembre de 2018

Elpidio José Silva, advocat: "Investigarem el CGPJ. Ja no podem més"



24.09.2018

12.000 euros per presentar una querella contra el govern espanyol. Hem parlat amb l'exmagistrat i advocat Elpidio José Silva dels entrebancs que està trobant la querella que l'Associació d'advocats Atenes vol presentar contra el govern espanyol i el Tribunal Constitucional per haver impedit la investidura de Carles Puigdemont després del 21D.

21 de setembre de 2018

«L’Europa sarà musulmana, se Allah lo vuole», Roberto de Mattei



(Roberto de Mattei, Corrispondenzaromana.it, 28 marzo 2018) 

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan festeggia ufficialmente, ormai da qualche anno, la data del 29 maggio 1453 che vide la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, e quella del 26 agosto 1071, quando a Manzinkert i Selgiuchidi di Alp Arslān sconfissero l’esercito bizantino e fondarono il primo Stato turco in Anatolia. Immaginiamo che l’Unione Europea proponesse di celebrare solennemente la vittoria di Lepanto del 1571 o la liberazione di Vienna dai Turchi del 1683.

I mass-media di tutto il mondo, controllati dai “poteri forti” che guidano la politica mondiale, protesterebbero con tutta la loro forza contro questo atto provocatorio e islamofobo. Ma l’Unione Europea non prenderebbe mai una simile iniziativa, perché nel suo atto costitutivo, il Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007, ha definitivamente rinunciato ad ogni riferimento alle proprie radici storiche.

E mentre Erdogan rivendica con orgoglio un’identità ottomana, che si è definita contro l’Europa cristiana, l’Unione Europea sostituisce il richiamo alle radici cristiane con l’ideologia del multiculturalismo e dell’accoglienza del migrante. L’offensiva dell’Islam contro l’Europa, nel corso dei secoli, si è sviluppata secondo due linee direttrici ed è stata condotta da due popoli diversi: gli Arabi da Sud Ovest e i Turchi da Sud Est.

Gli Arabi, dopo aver conquistato il Nord-Africa, invaso la Spagna e oltrepassato i Pirenei, furono fermati da Carlo Martello a Poitiers nel 732. Da allora arretrarono progressivamente, per essere definitivamente espulsi dalla penisola iberica nel 1492. I Turchi, dopo aver soggiogato l’Impero bizantino e parte di quello asburgico, furono fermati a Vienna nel 1683 da Giovanni Sobieski e a Belgrado nel 1717 da Eugenio di Savoia.

Oggi, l’avanzata islamica segue le medesime direzioni. A Sud Ovest, è promossa da paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar, che finanziano i “Fratelli Musulmani” e la costruzione di una fitta rete di Moschee in tutta Europa. A Sud Est la Turchia esige di entrare nell’Unione Europea, minacciando, in caso contrario, di inondare il nostro continente con milioni di migranti.

Il progetto più pericoloso è proprio quello di Erdogan, che aspira a divenire il “sultano” di un nuovo impero ottomano che dispiega tutta la sua forza dal Medio Oriente all’Asia centrale.

L’Impero turco, tra il 1299 e il 1923, arrivò ad abbracciare un vasto territorio che dalle coste nordafricane arrivava al Caucaso e alle porte dell’Italia e dell’Austria. L’obiettivo di Erdogan è quello di fare della Turchia il paese guida di un’area ancora più vasta, che si allarga ad Est del mar Caspio, dove cinque nuove repubbliche nate dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica – Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan e Kirghistan – costituiscono il nucleo di una comunità in cui la religione islamica si fonde con un’identità etnico-linguistica turcofona.

È a partire dagli anni Novanta che i turchi hanno iniziato a presentare ai «200 milioni di loro connazionali» degli Stati turcofoni dell’Est la necessità di costituire «una comunità di Stati dall’Adriatico alla Grande Muraglia cinese», secondo la formula dell’allora presidente Halil Turgut Özal (1927-1993), che amava parlare dell’arrivo di “un secolo turco”. Erdogan ha ripreso queste idee, che sono state sviluppate nell’ultimo decennio dal suo Ministro degli Esteri Davutoğlu, fino al suo licenziamento nel 2016.

Il fondatore della Turchia moderna, laica e secolarizzata, Mustafa Kemal Atatürk, vedeva nell’Islam un fattore di destabilizzazione. I suoi successori, da Özal a Erdogan, ritengono al contrario che l’Islam possa costituire un elemento di aggregazione e di coesione sociale. Il sistema educativo è un pilastro del progetto di Erdogan, sia per estendere la sharia, anche al di fuori dei confini turchi, attraverso la Diyanet, il ministero degli Affari religiosi, sia per imporre, attraverso il ministero dell’Istruzione, l’identità linguistica, cancellata dalla rivoluzione kemalista.

La reislamizzazione di questi territori, attraverso la costruzione di moschee e il sostegno offerto al mantenimento degli Imam, si è accompagnata agli investimenti culturali per reintrodurre, nelle scuole e nelle università, lo studio della cultura ottomana. Riferendosi ai tempi dell’Impero ottomano, Erdogan ha affermato: «Chi pensa che ci siamo dimenticati delle terre dalle quali ci ritirammo in lacrime cent’anni fa, si sbaglia. Diciamo ogni volta che si presenta l’occasione che la Siria, l’Iraq e altri luoghi sulla mappa geografica dei nostri cuori non sono diversi dalla nostra patria. Stiamo lottando affinché una bandiera straniera non venga sventolata in alcun posto dove sia recitato un adhan [la chiamata islamica alla preghiera nelle moschee]. Quello che abbiamo fatto finora è nulla in confronto agli attacchi ancor più grandi che stiamo pianificando per i prossimi giorni, inshallah [se Allah lo vuole]».

Il primo obiettivo dichiarato da Erdogan è la riconquista delle isole greche del Mare Egeo. Il leader turco ha detto che nel 1923 la Turchia «ha svenduto» le isole greche che «erano nostre» e dove «ci sono ancora le nostre moschee, i nostri santuari».

Erdogan ha indicato come scadenza, il 2023, centesimo anniversario della Repubblica turca, e del Trattato di Losanna, che ha stabilito le frontiere di cui ora egli chiede la revisione. Non sono solo parole.

Nel 1974 la Turchia ha occupato manu militari una parte dell’isola di Cipro e oggi, con il pretesto della “guerra al terrorismo”, ha conquistato un’ampia striscia di territorio siriano lungo il confine dei due paesi. Ma le minacce più gravi riguardano il futuro dell’Europa, che Erdogan immagina sottomessa al suo Impero. «L’Europa sarà musulmana, se Allah vuole», ha annunciato il deputato del suo partito (AKP), Alparslan Kavaklioglu, ripetendo quanto lo stesso Erdogan ha apertamente dichiarato: «i musulmani sono il futuro dell’Europa». «La fortuna e la ricchezza del mondo si spostano dall’Occidente verso l’Oriente. L’Europa attraversa un periodo che si può definire straordinario. La sua popolazione diminuisce e invecchia. Ha una popolazione molto anziana. Dunque, delle persone vengono dall’estero per trovarvi lavoro. Ma l’Europa ha questo problema: che tutti i nuovi arrivati sono musulmani. Vengono dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Algeria, dall’Afghanistan, dal Pakistan, dall’Irak, dall’Iran, dalla Siria e dalla Turchia. Coloro che provengono da questi paesi sono musulmani. Siamo arrivati al punto in cui il nome più ricorrente a Bruxelles, in Belgio, è Mohammed. Il secondo nome più diffuso è Melih, il terzo Aisha».

Erdogan sa che Bruxelles, la capitale dell’Unione Europea, è la città dove l’Islam è già oggi la prima religione, un cittadino su tre è musulmano, e il nome più frequente all’anagrafe fra i nuovi residenti è Mohammed.

La sua arma, come quella dei Fratelli Musulmani, è la conquista demografica dell’Europa nei prossimi decenni.  Ma già adesso, se la Turchia entrasse in Europa, sarebbe la prima nazione dell’Unione, per la sua popolazione, comprendente anche i suoi cittadini che già risiedono nel continente europeo.

Va ricordato infatti che sul piano numerico, i turchi rappresentano la seconda comunità in Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Bulgaria e Erdogan li esorta a non perdere la loro identità. «I turchi all’estero dovrebbero restare turchi a prescindere dalla loro cittadinanza», ha proclamato il sultano, arrivando a definire l’assimilazione un «crimine contro l’umanità».

Di fronte all’arroganza di Erdogan, l’Europa non solo non agisce, ma tace. Tace sulla violazione dei diritti umani in Turchia, tace sull’invasione del Kurdistan siriano, tace sul blocco navale imposto alla piattaforma dell’ENI a Cipro, tace sulle minacce contro le isole greche. E sull’annuncio della prossima islamizzazione del nostro continente, tace non solo l’Unione Europea, ma anche la Chiesa. La forza di Erdogan è questo silenzio colpevole.
Fonte: Corrispondenzaromana.it

18 de setembre de 2018

Sánchez quiere quitar el aforamiento, pero solo para delitos ajenos al cargo

Imagen de El País

El presidente del Gobierno quiere que la medida entre en vigor en tan solo 60 días

Madrid

El debate sobre los aforamientos —hay 250.000 personas que gozan de ese privilegio en España, un récord europeo, aunque en realidad 232.000 no son políticos sino guardias civiles y policías nacionales y autonómicos— viene de lejos. Se trata de una protección que hace que diputados, senadores y miembros del Gobierno solo puedan ser investigados y juzgados por el Tribunal Supremo ante cualquier presunto delito cometido. En el caso de los diputados y gobernantes autonómicos, el aforamiento les lleva a los tribunales superiores de esa comunidad, compuestos en su mayoría por jueces que llegaron ahí a propuesta de órganos con fuerte influencia política: por eso existe el recelo de que estos tribunales sean, con excepciones, más suaves que otros con los posibles delitos de los políticos. Algunos partidos reclaman la eliminación total de los aforamientos, como sucede en otros países, y mantener solo la inmunidad parlamentaria; esto es, la necesidad de tener que pedir un suplicatorio o permiso a la Cámara.

El Gobierno ha optado por una vía intermedia. No elimina por completo el aforamiento, como pareció en un principio por las palabras del presidente en un acto de reivindicación de sus 100 primeros días de Gobierno, pero sí se reducirá considerablemente, según la interpretación del Ejecutivo, que insiste en que se trata de una reforma de fondo que pretende acelerar al máximo. El anteproyecto de ley se llevará este mismo viernes al Consejo de Ministros.

El Gobierno ha descartado eliminar por completo los aforamientos porque cree que tanto los miembros del Ejecutivo como diputados, senadores, jueces y fiscales, que también se verán afectados por la reforma, tienen que mantener alguna protección para frenar la oleada de querellas a las que, si no existiese, tendrían que someterse por sus decisiones.

El Ejecutivo destaca que con la reforma exprés de la Constitución —una operación de alto calado político que solo se había hecho en plena crisis económica con un pacto PSOE-PP para dar más garantías a los inversores de que España pagaría sus deudas por encima de cualquier cosa— se pretende dar mucho más margen a los jueces. Ahora mismo, un tribunal ordinario no puede bajo ningún concepto investigar a un diputado ni siquiera por un delito de tráfico o fiscal. Tiene que enviarlo directamente al Supremo. Es lo que acaba de suceder con el caso de Pablo Casado. Con la reforma del artículo 71.3 y 102.1 de la Constitución, el tribunal podría argumentar que el delito por el que está investigando al político no está estrictamente relacionado con el ejercicio de su cargo y seguir adelante.

¿Y qué pasa con las causas de corrupción, en las que los políticos suelen ser investigados por decisiones tomadas en el ejercicio de su cargo, como concesiones arbitrarias, contratos falsos o sobrecostes fraudulentos? Según el Gobierno, si están claramente vinculados al ejercicio del cargo, seguirán siendo juzgados por el Supremo, pero si no, por ejemplo con un enriquecimiento ilícito o un lavado de dinero, se podrá seguir adelante en el tribunal ordinario.

Los jueces y fiscales también verían reducido su aforamiento a los delitos cometidos en el ejercicio de su cargo, por lo que habría que reformar la Ley Orgánica del Poder Judicial. La reforma de la Constitución es compleja, y requiere el apoyo de tres quintos de las dos Cámaras, con lo que depende del PP, que no ha recibido con buenas palabras la iniciativa.

Después de una semana complicada, con la segunda dimisión de su Gobierno, Sánchez logró con este asunto recuperar la iniciativa, monopolizar la agenda política y arrebatar el protagonismo a Ciudadanos, que este martes somete a votación su propuesta de eliminar aforamientos. Lo hizo además con el mayor impacto posible, en un acto con algunos de los hombres fuertes del Ibex 35 sentados en primera fila.

“El reto es que los ciudadanos vuelvan a creer en la política”, sentenció el jefe del Ejecutivo en un discurso muy medido de reivindicación de su gestión y de la necesidad de hacer una moción de censura porque España “vivía una paralización generalizada” con Mariano Rajoy y “no podía aguantar dos años más de ese bloqueo”. Esta reforma, según Sánchez, mandaría “una señal relevante, inequívoca, de ejemplaridad, solidaridad y empatía” hacia los ciudadanos.

Lo que no está previsto tocar es el aforamiento de la Familia Real y en particular del rey emérito, Juan Carlos I. El Gobierno tampoco tocará, porque no es su competencia, el aforamiento autonómico, pero cree que, una vez cambiado el nacional, caerá por su propio. Sin embargo, hay Parlamentos como el de Murcia que ya están yendo más lejos que el Gobierno, y plantean eliminar por completo el aforamiento de sus diputados y miembros del Gobierno.


Los beneficios del aforamiento


El aforamiento es una prerrogativa por la cual las causas penales de diputados, senadores y miembros del Gobierno son investigadas y, llegado el caso, juzgadas por el Tribunal Supremo y no por los tribunales ordinarios como les ocurre al resto de ciudadanos. España es el país europeo que tiene más extendida esta figura. La mayoría de Estados de la UE no la contemplan para sus parlamentarios —solo para los miembros de los Gobiernos— y Alemania carece de ella.

Este privilegio procesal se ha extendido, con el paso del tiempo, a los parlamentarios y Gobiernos autonómicos a través de los diferentes Estatutos, así como a jueces, fiscales y miembros de las fuerzas de seguridad. En abril de 2017, Murcia se convirtió en la primera comunidad que suprimía los aforamientos.

De los 250.000 aforados (en distintos grados) que existen en España, algo más de 232.000 son miembros de las Fuerzas y Cuerpos de Seguridad del Estado o cuerpos autonómicos, según los datos que ofreció el presidente del Supremo y del Consejo General del Poder Judicial, Carlos Lesmes, en una comparecencia en marzo de 2017 en la Comisión de Justicia del Congreso. Otros cinco son miembros de la Familia Real y el resto (17.603) pertenecen a instituciones del Estado y de las comunidades.

Comentarios a la reforma de la Constitución del 2011, redactado de los artículos.

(De más reciente a más antiguo, encontrareis un artículo del 2014  que comenta los cambios; otros tres del mismo 2011,  momento en que se cambió. Cuca de Llum)

 

El artículo 135 de la Constitución, antes y después de la reforma de 2011 (artículo publicado en el 2014)

 

El PSOE y el PP pactaron la estabilidad presupuestaria en la Ley Fundamental sin referéndum

Madrid

El artículo 135 de la Constitución, antes de la reforma pactada entre PSOE y PP en 2011, decía lo siguiente:





Artículo 135 (hasta 2011)

1. El Gobierno habrá de estar autorizado por Ley para emitir Deuda Pública o contraer crédito.
2. Los créditos para satisfacer el pago de intereses y capital de la Deuda Pública del Estado se entenderán siempre incluidos en el estado de gastos de los presupuestos y no podrán ser objeto de enmienda o modificación, mientras se ajusten a las condiciones de la Ley de emisión.


El 2 de septiembre de 2011 el Congreso de los Diputados aprobó, con 316 votos a favor y 5 en contra, la primera reforma constitucional de calado, para introducir de forma urgente en la Carta Magna el principio de estabilidad financiera para limitar el déficit. Los síes de PP y PSOE superaron con creces los 3/5 de la Cámara o los 212 votos necesarios, pero la reforma salió adelante con el desplante del resto de grupos: CiU y PNV, presentes en el hemiciclo, no votaron, e IU, ERC, NBG, ICV y Nafarroa Bai directamente se ausentaron durante la votación.

Los cinco votos en contra correspondieron a Coalición Canaria, UPyD y dos diputados socialistas: Antonio Gutiérrez, que ya había anunciado su voto negativo, y José Manuel Bar Cendón, por error. Otros tres parlamentarios del PSOE se ausentaron en señal de protesta: De la Rocha, Pérez Tapias y Barrio de Penagos. Pedro Sánchez era entonces diputado socialista y, como la mayoría, votó a favor.

El PSOE justificó entonces la reforma en que no había otra opción, o la presión de los mercados obligaría a hacer más recortes. El portavoz socialista en el Congreso, José Antonio Alonso, le espetó al diputado de IU Gaspar Llamazares una nítida frase: "No hay peor sordo que el que no quiere oír, señor Llamazares, le digo que las tensiones en los mercados han llegado a un límite que pone en riesgo las políticas sociales. Esta es la realidad".

Finalmente el PP y el PSOE no introdujeron ninguna cifra en la Ley Fundamental. Los números fueron incluidos en una posterior ley orgánica que estableció un límite del 0,4% al déficit de las Administraciones Públicas, desglosado en un 0,26% en el caso de la Administración del Estado, el 0,14% para cada comunidad autónoma y el cero para los Ayuntamientos.


Tras la reforma, el artículo 135 de la Constitución quedó redactado como sigue:




Artículo 135 vigente (desde septiembre de 2011)


1. Todas las Administraciones Públicas adecuarán sus actuaciones al principio de estabilidad presupuestaria.
2. El Estado y las Comunidades Autónomas no podrán incurrir en un déficit estructural que supere los márgenes establecidos, en su caso, por la Unión Europea para sus Estados Miembros.
Una Ley Orgánica fijará el déficit estructural máximo permitido al Estado y a las Comunidades Autónomas, en relación con su producto interior bruto. Las Entidades Locales deberán presentar equilibrio presupuestario.
La actual situación económica y financiera no ha hecho sino reforzar la conveniencia de llevar el principio de referencia a nuestra Constitución
3. El Estado y las Comunidades Autónomas habrán de estar autorizados por Ley para emitir deuda pública o contraer crédito.
Los créditos para satisfacer los intereses y el capital de la deuda pública de las Administraciones se entenderán siempre incluidos en el estado de gastos de sus presupuestos y su pago gozará de prioridad absoluta. Estos créditos no podrán ser objeto de enmienda o modificación, mientras se ajusten a las condiciones de la Ley de emisión.
El volumen de deuda pública del conjunto de las Administraciones Públicas en relación al producto interior bruto del Estado no podrá superar el valor de referencia establecido en el Tratado de Funcionamiento de la Unión Europea.
4. Los límites de déficit estructural y de volumen de deuda pública sólo podrán superarse en caso de catástrofes naturales, recesión económica o situaciones de emergencia extraordinaria que escapen al control del Estado y perjudiquen considerablemente la situación financiera o la sostenibilidad económica o social del Estado, apreciadas por la mayoría absoluta de los miembros del Congreso de los Diputados.
5. Una Ley Orgánica desarrollará los principios a que se refiere este artículo, así como la participación, en los procedimientos respectivos, de los órganos de coordinación institucional entre las Administraciones Públicas en materia de política fiscal y financiera. En todo caso, regulará:
a) La distribución de los límites de déficit y de deuda entre las distintas Administraciones Públicas, los supuestos excepcionales de superación de los mismos y la forma y plazo de corrección de las desviaciones que sobre uno y otro pudieran producirse.
b) La metodología y el procedimiento para el cálculo del déficit estructural.
c) La responsabilidad de cada Administración Pública en caso de incumplimiento de los objetivos de estabilidad presupuestaria.
6. Las Comunidades Autónomas, de acuerdo con sus respectivos Estatutos y dentro de los límites a que se refiere este artículo, adoptarán las disposiciones que procedan para la aplicación efectiva del principio de estabilidad en sus normas y decisiones presupuestarias.



La reforma constitucional de PP y PSOE sale con el desplante del resto (2011)


La reforma se ha aprobado con 316 votos a favor y 5 en contra

CiU y PNV, presentes en el hemiciclo, no han votado

IU, ERC, NBG, ICV y Nafarroa Bai se han ausentado durante la votación

El 15M ha esperado a los diputados en las cercanías del Congreso a las siete y media

 
Madrid - 


Josep Sánchez Llibre (CiU) que ha intervenido en lugar de su portavoz parlamentario, Antoni Duran Lleida, ha manifestado que PP y PSOE "han agredido" a su formación política "en las formas y el fondo", y ha asegurado que quieren evitar "que el PP y el PSOE se apropien de la Constitución, y adopten posiciones radicales". Asegura que en las últimas 48 horas han "trabajado" en sus ocho enmiendas: "Ha habido diálogo, pero no negociación". CiU está de acuerdo en que "no se puede gastar más de lo que se ingresa", y que "ciertas cuestiones vengan marcadas por la UE", pero denuncian que si hoy no se llega a buen término en las negociaciones de las enmiendas, se debilitará "la Constitución del siglo XXI".

Las ocho enmiendas de CiU, sobre las que resulta difícil conseguir un acuerdo, defienden que sean los parlamentos autonómicos, y no el nacional, como consta en la propuesta de reforma constitucional del PSOE-PP, los que tengan la última palabra en las decisiones que afecten al déficit de las comunidades autónomas. Su "línea roja", como manifestó ayer Duran Lleida, es que "no se limite la capacidad financiera de Cataluña". (...)


UPN, el único grupo que votó a favor el martes, se queja de que el resto de partidos no haya reflexionado sobre la necesidad de contener el déficit, y que se reclame ahora un referéndum cuando no se exigió durante la aprobación de la ampliación del aborto el verano pasado. "Seguimos confiando en la propuesta", ha dicho el portavoz de la formación navarra. Coalición Canaria, que se abstuvo el martes, hoy ha exigido un referéndum.

Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) ha sido de los más críticos con el pacto de PP y PSOE. La reforma es "centralista y un atentado contra el autogobierno y la autonomía financiera" de las comunidades, asegura Joan Ridao. La reforma es "letal, mortal de necesidad" para Cataluña, señala. La portavoz parlamentaria de Iniciativa per Catalunya Verds (ICV), Nuria Buenaventura, se ha unido a las críticas por el rechazo de su enmienda a la totalidad, que insistía en la necesidad de un debate sobre la monarquía y la existencia de un Estado federal y exigía la reforma del Senado, entre otras peticiones.

Josu Erkoreka, diputado del PNV, ha manifestado que ante la "pétrea inmovilidad de los proponentes", también ellos se mantienen "inmóviles" y continúan oponiéndose a la reforma. "Ya que no nos dejan defender nuestras enmiendas, déjenme al menos explicar la enmienda vetada", ha dicho molesto. Esta propuesta pretendía añadir el reconocimiento del derecho a decidir sobre la autodeterminación. Una segunda enmienda, que sí ha sido admitida a trámite, pide que el artículo 135 haga referencia a los territorios forales. El texto no hacía alusión a este tipo de entes territoriales, pero la Constitución sí los reconoce, ha recordado el diputado nacionalista vasco.

El Movimiento 15M decidió anoche esperar a los diputados a su llegada al Congreso desde las siete y media de la mañana. El edificio y la zona, fuertemente protegido, está rodeado por un cordón policial, (...) Al grito de "ahora no es Tejero, son Rajoy y Zapatero", los indignados 

(...) En el extremo opuesto, la canciller alemana, Angela Merkel, de quien proviene la idea de incluir el principio de estabilidad financiera en las constituciones europeas, felicitó ayer en persona en París al presidente del Gobierno, José Luis Rodríguez Zapatero. Lo hizo también a distancia el miércoles, y se unieron a ella la OCDE, el presidente francés, Nicolas Sarkozy, y agencias de calificación como Moody's.

Negociación contrarreloj
La Mesa de la Cámara Baja recibió hasta las dos de la tarde de ayer, 24 enmiendas, de las que seis fueron rechazadas, entre ellas, las del Partido Nacionalista Vasco (PNV) y ERC que defendían que se introdujera el derecho de autodeterminación en la Carta Magna, y la de la totalidad, presentada por Izquierda Unida (IU), informa Efe. Las razones del veto de la Mesa, según informó, es que no se referían al artículo 135 e implicaban modificaciones que requieren un procedimiento distinto al directo y de lectura único, por el que se tramita esta reforma. Los grupos firmantes han presentado alegaciones.

Cada uno por sus razones, la mayoría de grupos parlamentarios se muestra muy crítico con la reforma de la Constitución propuesta. Todos los que votaron no o no votaron el martes, criticaron la forma en que se ha planteado el primer cambio constitucional de calado, de forma urgente, sin apenas debate y sin posibilidad de convocar un referéndum para que la ciudadanía refrende la modificación. Algunos, sobre todo los partidos de izquierda, también han rechazado el fondo, al considerar que elevar el límite al déficit público a la norma fundamental hipoteca el futuro de las políticas sociales.


Las claves de la reforma constitucional (2011)



Madrid -


¿Por qué tan rápido?
El PSOE y el PP utilizaron su mayoría parlamentaria para que la reforma sea tramitada por vía de urgencia –sin un referéndum- para que esté lista antes de que las Cortes se disuelvan el día 27 para las elecciones generales del 20-N. Está previsto que el Senado vote la propuesta el miércoles que viene, día 7.


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Reforma exprés y sin referéndum (2011)

   

 

 

 

 Imagen de El País

 

PSOE y PP pactan el primer cambio de la norma fundamental en 30 años

Se hará en un mes, por vía de urgencia y sin referéndum


Madrid -
(...) La primera y hasta ahora única reforma de la Constitución española se produjo en 1992: lo dictaminó el Tribunal Constitucional para adaptarse al tratado de Maastrich, introduciendo el derecho de los extranjeros al sufragio pasivo (el derecho a ser elegidos) en elecciones municipales. También entonces fue por vía de urgencia: se aprobó en 23 días.

1 de setembre de 2018

Josep Fontana i la identitat catalana. Recull de cites a les seves entrevistes.


 

>>   "he preferit utilitzar el terme “identitat”

- Creu que la història del Principat és problemàtica perquè s’acaba parlant de la història d’una ‘nació’?

- Jo he esquivat el terme “nació” tot el possible, donada la confusió que genera el terme. Per això he preferit utilitzar el terme “identitat”. No volia fer la història d’una nació, si no d’un poble. És el relat d’una gent que se sentia part d’aquesta comunitat, cosa que no passava a França o a la Corona de Castella. Segurament perquè aquest és un país petit, relativament compacte i amb unes característiques i amb una història política pròpia que la distingeix d’altres llocs que, tot i tenir institucions semblants, no funcionen de la mateixa manera.

 L’existència de la Diputació, un cos de reunió de Corts amb convocacions periòdiques són un tret diferencial de llocs com Castella, on les corts es reuneixen quan el rei vol. No és fins a finals del segle XVIII quan trobem la idea de “nació”, però entesa com a “nació de la cultura castellana”; per això trobem testimonis del segle XIX que afirmen que la Guerra de Successió és “la incorporación de Cataluña en la Corona de Castilla”.   (...)

El primer lloc en què trobem una consciència nacional és l’Anglaterra del segle XVIII i és el primer lloc on es té un himne nacional  (...)    

Els següents en tenir aquesta consciència nacional són els francesos durant la Revolució, que llavors la fabriquen. A la gent se l’educa amb uns mites i amb una història destinada a crear consciència nacional per el manteniment de l’ordre polític.   (...)

Aquest llibre topa amb totes les conviccions apreses per un espanyol a classe. Els  nostres coneixements d’història que hem adquirit, en un 80%, són conviccions, no són raonats. Per això no tenia sentit que es traduís el llibre. L’única manera de fer veure aquestes diferències a un espanyol educat a Espanya era fer un llibre d’història comparada per ensenyar les diferències en la línia temporal. A un lector castellà l’historia de Catalunya no li interessa, com és natural, com si a nosaltres ens parlessin d’història d’Extremadura o història de la Ciutat de Càceres.

(...) No és que no vulgui determinar si Catalunya és una nació o no, però no he volgut especular en un moment com aquest. A dia d’avui vivim el punt àlgid de les nacions-estat i de la globalització. Jo el que pretenia és que la gent del meu entorn, la gent del meu barri, per exemple, reflexionessin sobre què creuen que són, com se senten, ... que veiessin que s’havia de seguir lluitant per reclamar  la seva  parcel·la  de drets d’autogovern.         

Llegint el llibre, una cosa que queda bastant clara és que el tema de identitat catalana és una cosa que apareix constantment en la història del país com a cosa que es reclama o es percep.

Més aviat jo diria que la identitat és una cosa que es va fent i va evolucionant poc a poc.   (...)





>> No sostinc en cap moment que siguem millors que els castellans o els francesos. Només remarco que som diferents i que hem viscut en unes condicions molt especials.

- És una cosa que ja es constata durant el segle XV, quan durant les guerres civils apareixen aquelles proclames que afirmaven que els catalans tenien un règim de llibertats que els diferenciaven d’altres llocs.  


- Més aviat els catalans senten que tenen un una sèrie de característiques i idiosincràsies pròpies. Al cap i a la fi, aquí hi ha unes lleis que garanteixen un cert marge d’autonomia i llibertats. Senzillament jo volia sostenir que hem estat un poble com els altres, amb virtuts i defectes. No cal pensar que som el poble més admirable del món.

 
No sostinc en   cap moment que siguem millors que els castellans o els francesos. Només remarco que som diferents i que hem viscut en unes condicions molt especials. Per exemple, València té unes institucions semblants, però mai arriba a un grau de desenvolupament com el d’aquí. Aquest Principat té unes característiques geogràfiques concretes; per a començar, que està completament obert al mar i que és de navegació fàcil, una costa que portà als francesos a batejar-la com a “costa de Déu” i en bona mesura controlada per Barcelona. Això crea unes característiques pròpies.




>> L’equilibri de poders entre la noblesa feudal i la burgesia urbana és tan elàstic que permet que aquí no hi hagi rei. ...Aniran augmentant de poder el Consell de Cent i la Generalitat, que acabaran cobrant impostos i emetent deute públic.

En aquest país l’equilibri de poders entre la noblesa feudal i la burgesia urbana és tan elàstic que permet que aquí no hi hagi rei. De fet, Catalunya no ha estat mai un regne i s’ha d’autonomenar “Principat”. Hi ha un Regne d’Aragó, un altre de València i un de Mallorca, però aquí no hi ha rei propi. I des de molt aviat, com a mínim des de Pere el Gran, aquests reis es veuen obligats a cedir en aquest joc entre la noblesa feudal i la burgesia urbana, princi-palment de Barcelona. El primer cop que cedeix Pere el Gran (1240-1285) és en el fet que s’han de fer corts regularment. Més endavant aniran augmentant de poder aquelles dues institucions que són el Consell de Cent i la Generalitat, que acabaran cobrant els impostos i fins tot acaben controlant el deute públicAixò és una cosa que no passa a cap altre lloc d’Europa fins el segle XVII amb els anglesos!
  



>>  Aquest és un país que no té furs, sinó constitucions; i això és un fet molt important. És a dir, que és un país que funciona amb unes lleis que han estat pactades en les corts, una cosa que no es produeix a Castella, on només una part de la legislació surt de les corts.

El problema és que aquí es va avançar en aquests aspectes massa aviat i massa dèbilment, perquè Catalunya té dos enemics, que són França i Castella, d’una gran força demogràfica. Aquest és un país que no té furs, sinó constitucions; i això és un fet molt important. És a dir, que és un país que funciona amb unes lleis que han estat pactades en les corts, una cosa que no es produeix a Castella, on només una part de la legislació surt de les corts.



>>  (...) el Tribunal de Contrafaccions. Un tribunal que es va gestant al llarg del segle XVI i que coincideix amb el moment de prosperitat que és un tribunal paritari entre la noblesa i la Generalitat que permet a la gent presentar les seves reclamacions i queixes i allà s’arbitraven. S’ha demostrat que realment la gent corrent presentava les seves queixes contra els seus senyors i patrons. 

(...)  Per tant, la gent que al 1714 defensa Barcelona no és gent que vol defensar un rei o altre, sinó que defensen conscientment els seus drets i llibertats. I és per això que els caps militars espanyols destinats al territori durant el segle XVIII es queixaven que els catalans encara creien que vivien en una cosa semblant a una república (cosa que fins a cert punt s’acosta més o menys a la realitat) i que només aspiraven a tornar-ho a ser en qualsevol moment.